Adorazione notturna
Giovedì santo 2026
San Quirico a Legnaia
UBUNTU: VOCI DI PACE,
SOTTO LO STESSO CIELO
1ª ORA (IL MONDO)
Invocazione allo Spirito
“Signore della Vita, che ci hai creati per la comunione e non per la guerra,
ascolta la nostra supplica.
Vieni, Spirito Santo, e rendici costruttori fedeli e creativi di pace quotidiana:
nei nostri cuori, nelle nostre famiglie e tra le nazioni.
Disarma i nostri cuori dall’odio, dal rancore e dall’indifferenza.
Fa’ che la minaccia delle armi non condizioni più il futuro dell’umanità.
Illumina i leader delle nazioni affinché abbiano il coraggio del dialogo e della diplomazia. Trasforma ogni nostro gesto di riconciliazione in un seme di mondo nuovo. Amen.”
(Papa Leone XIV)
Provo ad immaginarti…
Provo ad immaginarti Gesù in quella che un tempo era una bella chiesa della Striscia di Gaza. Lo era perché adesso, dopo i bombardamenti, e dopo anni di guerra, è quasi distrutta: il tetto non esiste più e in un angolo ci sono ancora ammassati i calcinacci venuti giù in questi ultimi mesi. Intorno a Te, in preghiera, solo tre o quattro persone: non sono vecchi, ma sicuramente il dolore dei loro volti li fa sembrare molto più avanti con l’età. Non è facile essere qui, davanti a Te, per loro. Da un momento all’altro potrebbe suonare l’allarme che annuncia nuovi bombardamenti, o, peggio ancora, potrebbe cadere una bomba senza neanche farsi annunciare. Sono persone che hanno perso nella guerra i propri amici, i propri compagni di vita, i propri genitori, i propri figli. Hanno perso tutto. Ma non hanno perso Te.
La Parola di Dio Matteo 26, 47-56
Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”. Subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò. E Gesù gli disse: “Amico, per questo sei qui!”. Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: “Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?”. In quello stesso momento Gesù disse alla folla: “Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti”. Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.
La testimonianza: LA STORIA DI RAMI E BASSAM (Video)
«Mi chiamo Rami Elhanan, ho 75 anni, sono un graphic designer di Gerusalemme. Sono israeliano, sono ebreo, ma prima di tutto sono un essere umano». «Mi chiamo Bassam Aramin, vivo a Gerico, in Cisgiordania. Quando avevo 17 anni ho passato 7 anni in un carcere israeliano». Il tempo ha deciso che le storie di Rami Elhanan e Bassam Aramin non seguissero il destino apparentemente già scritto dagli eventi. Uno israeliano, l’altro palestinese, entrambi sono cresciuti sulle recrudescenze di un conflitto lacerante, iniziato prima che nascessero. Rami ha perso sua figlia Smadar, di 14 anni, mentre stava andando a scuola in un attentato suicida di Hamas, nel centro di Gerusalemme. Abir, la primogenita di Bassam, è morta a 10 anni, uccisa da un proiettile di gomma sparato da un poliziotto israeliano, mentre usciva da un negozio di caramelle. Eppure, oggi Rami e Bassam si chiamano reciprocamente «fratello».
Nelle crepe del dolore hanno visto insinuarsi la rabbia e il desiderio di vendetta. Li hanno riconosciuti e trasformati in dialogo e azioni di pace. «Le idee sono più importanti della storia. Se fosse per gli eventi che hanno segnato le nostre vite, oggi saremmo nemici – dicono i due padri orfani di figlie – Invece ci amiamo». Rami Elhanan e Bassam Aramin sono conosciuti grazie al «Parents Circle – Families Forum», un’organizzazione che da 25 anni promuove la riconciliazione tra i popoli in Israele e in Cisgiordania. Nel movimento, hanno incontrato altre famiglie, israeliane e palestinesi, segnate dalla perdita di persone care a causa del conflitto. Oggi il forum riunisce più di 800 madri e padri uniti dalla consapevolezza che «nessuno dei due popoli sparirà» e «prima ci rispettiamo a vicenda, prima potremo mandare i nostri figli a scuola e vederli tornare a casa sani e salvi».
Il Parents Circle è stata fondato ben prima del 7 ottobre e di tutte le conseguenze che ha avuto in Medio Oriente. «Il conflitto va avanti da 150 anni – racconta Rami – È un conflitto in cui ciascuna delle parti pensa a vendicarsi per ciò che è accaduto in passato, senza guardare al futuro. Ogni volta che incontriamo le persone spieghiamo che i combattenti di Hamas protagonisti del massacro del 7 ottobre, erano bambini di 12-14 anni quando Israele bombardava Gaza nel 2014. Non c’è oppressione senza resistenza. E l’inevitabile risultato è un ciclo di violenza che non ha mai fine».
Certo, l’eredità degli ultimi due anni di odio – «di genocidio», dicono senza tentennamenti i due padri – rischia di portare sempre «più odio, più brutalità, più fascismo». Guardando la situazione attuale, notano l’incapacità reciproca del popolo israeliano e palestinese di avere compassione e comprendere il dolore altrui. «Noi offriamo un’altra via», concludono Rami e Bassam, le cui storie sono raccontate nel capolavoro letterario di Colum McCann Apeirogon.
Oggi sempre più persone condividono la loro missione di riconciliazione tra popoli. «Le nostre storie creano una crepa nel muro che separa le due nazioni», spiega Rami. E così dicono anche i dati degli attivisti nel Parents Circle – Families Forum: dal 2023, 100 nuove famiglie di vittime si sono unite al gruppo. Il numero di «ambasciatori di pace» cresce. «Le attività di divulgazione, i camp che coinvolgono i bambini e le attività di solidarietà hanno parlato ormai a migliaia di persone – continua Bassam – Ora il governo israeliano ci impedisce di andare nelle scuole. E, nonostante il tribunale ci abbia dato ragione, continua a non farci entrare. Il nostro messaggio di pace fa paura a un certo tipo di politica».
Preghiera Dalla Lettera ai mercanti di morte – Card. Domenico Battaglia
Ai mercanti della morte, a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti.
Non vi parlo da giudice. Non ho tribunali da aprire. Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.
E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte. Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi.
Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero. Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”
2ª ORA (EUROPA)
Introduzione
La nostra vecchia Europa è il continente dove la fede in Gesù ha le radici più anziane eppure…quanto bisogno c’è di pregare per i paesi europei. La nostra fede è stanca, confusa, tiepida, assonnata. Indifferenza e individualismo sono le parole che forse più la rappresentano. L’Europa è il continente dove è nata la democrazia, eppure sono stati gli Europei a conquistare il mondo con guerre e persecuzioni. L’Europa è il continente dei diritti umani, eppure il genocidio della Seconda Guerra Mondiale è tutta opera nostra.
Provo ad immaginarti…
Provo ad immaginarti Gesù in un bellissimo monastero francese ai piedi dei Pirenei. Fuori, un bellissimo paesaggio di montagna, dove regnano il silenzio e la pace. Dentro, una chiesa dove ogni particolare è al suo posto, pulitissima, con fiori freschi e profumati: chi l’ha preparata, l’ha fatto con cura, pensando a Te come alla persona amata. Davanti a Te ci sono una quindicina di suore, monache di clausura, che ti hanno dedicato completamente la loro vita. Il mondo molto spesso non le comprende, rinchiuse in quel monastero invece di andare a fare del bene fuori. Il mondo non le capisce perché non capisce la forza miracolosa della preghiera. Le credono fuori dal mondo e invece loro stanno completamente dentro al mondo, pregando per tutti, pregando anche per noi, pregando anche quando noi non ne abbiamo voglia.
Piccole storie per l’anima
Il vecchio eremita Sebastiano pregava di solito in un piccolo santuario isolato su una collina della costa spagnola. In esso si venerava un crocifisso che aveva ricevuto il significativo titolo di «Cristo delle grazie». Arrivava gente da tutto il paese per impetrare grazie e aiuto.
Il vecchio Sebastiano decise un giorno di chiedere anche lui una grazia e, inginocchiato davanti all’immagine, pregò: «Signore, voglio soffrire con te. Lasciami prendere il tuo posto. Voglio stare io sulla croce».
Rimase silenzioso con gli occhi fissi alla croce, aspettando una risposta.
Improvvisamente il Crocifisso mosse le labbra e gli disse: «Amico mio, accetto il tuo desiderio, ma ad una condizione: qualunque cosa succeda, qualunque cosa tu veda, devi stare sempre in silenzio».
«Te lo prometto, Signore».
Avvenne lo scambio.
Nessuno dei fedeli si rese conto che ora c’era Sebastiano inchiodato alla croce, mentre il Signore aveva preso il posto dell’eremita. I devoti continuavano a sfilare, invocando grazie, e Sebastiano, fedele alla promessa, taceva. Finché un giorno…
Arrivò un riccone e, dopo aver pregato, dimenticò sul gradino la sua borsa piena di monete d’oro. Sebastiano vide, ma conservò il silenzio. Non parlò neppure un’ora dopo, quando arrivò un povero che, incredulo per tanta fortuna, prese la borsa e se ne andò. Né aprì bocca quando davanti a lui si inginocchiò un giovane che chiedeva la sua protezione prima di intraprendere un lungo viaggio per mare. Ma non riuscì a resistere quando vide tornare di corsa l’uomo ricco che, credendo che fosse stato il giovane a derubarlo della borsa di monete d’oro, gridava a gran voce per chiamare le guardie e farlo arrestare.
Si udì allora un grido: «Fermi!».
Stupiti, tutti guardarono in alto e videro che era stato il crocifisso a gridare. Sebastiano spiegò come erano andate le cose. Il ricco corse allora a cercare il povero. Il giovane se ne andò in gran fretta per non perdere il suo viaggio. Quando nel santuario non rimase più nessuno, Cristo si rivolse a Sebastiano e lo rimproverò.
«Scendi dalla croce. Non sei degno di occupare il mio posto. Non hai saputo stare zitto».
«Ma, Signore» protestò, confuso, Sebastiano. «Dovevo permettere quell’ingiustizia?».
«Tu non sai» rispose il Signore, «che al ricco conveniva perdere la borsa, perché con quel denaro stava per commettere un’ingiustizia. Il povero, al contrario, aveva un gran bisogno di quel denaro. Quanto al ragazzo, se fosse stato trattenuto dalle guardie avrebbe perso l’imbarco e si sarebbe salvato la vita, perché in questo momento la sua nave sta colando a picco in alto mare».
Il personaggio: Niccolò Govoni (Video)
La testimonianza: la rivoluzione di velluto
La pace non è un sogno ingenuo, ma una scelta coraggiosa che ha già cambiato la storia d’Europa. Stasera la nostra memoria torna al novembre del 1989, a Praga, dove un popolo intero decise di rispondere all’oppressione non con il pugno chiuso, ma con la mano aperta.
In quei giorni freddi, nelle strade della Cecoslovacchia, accadde un miracolo di civiltà. Di fronte ai cordoni della polizia e alle minacce dei carri armati, migliaia di giovani non scelsero la pietra o il fuoco. Scelsero il fiore e la candela. Ogni fiammella accesa sul selciato era un atto di resistenza; ogni fiore offerto a un soldato era un invito alla fratellanza che superava ogni divisa.
Insieme a loro c’era un uomo, Václav Havel, che dalle celle di un carcere aveva capito una verità profonda: il male si nutre della nostra complicità e del nostro silenzio. Egli ci ha insegnato che “vivere nella verità” è l’unico modo per essere realmente liberi. La sua voce non chiedeva vendetta, ma giustizia; non cercava il potere, ma la dignità per ogni essere umano.
Ricordiamo il momento in cui la piazza divenne un unico coro. Centinaia di migliaia di persone sollevarono le proprie chiavi di casa, scuotendole verso il cielo. Non era un rumore di guerra, ma un suono di festa e di congedo. Quel tintinnio diceva al mondo che le porte della paura si stavano finalmente aprendo e che il tempo dell’odio era scaduto.
Quella fu la “Rivoluzione di Velluto”: una vittoria ottenuta senza versare una sola goccia di sangue, dimostrando che la mitezza può essere più forte dell’acciaio.
Preghiera
Signore Dio di pace, ascolta la nostra supplica! Abbiamo provato tante volte e per tanti anni a risolvere i nostri conflitti con le nostre forze e anche con le nostre armi; tanto sangue versato; tante vite spezzate; tante speranze seppellite… Ma i nostri sforzi sono stati vani.
Ora, Signore, aiutaci Tu! Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace, guidaci Tu verso la pace. Apri i nostri occhi e i nostri cuori e donaci il coraggio di dire: “mai più la guerra!”; “con la guerra tutto è distrutto!”.
Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. Signore, donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace; donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino.
Tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione, perché vinca finalmente la pace; e che dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra!
Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre “fratello”, e lo stile della nostra vita diventi: shalom, pace, salam! Amen.
(Papa Francesco)
3ª ORA (AFRICA)
Introduzione
In questa ora di adorazione vogliamo concentrarci sul continente africano, di cui troppo spesso ci ricordiamo soltanto per la povertà, la fame, le guerre. Non dimentichiamoci che noi europei siamo per lo meno complici di questa situazione, visti gli anni in cui abbiamo considerato l’Africa un continente da conquistare e da sfruttare a nostro piacimento. L’Africa però è anche molto altro. I fratelli africani possono insegnarci la semplicità, l’umiltà, l’affidarsi alla Provvidenza, l’essere felici con poco. Possiamo imparare da loro la fede giovane e gioiosa, che spesso abbiamo scordato. Pensiamo anche a quanti missionari, religiosi e laici, stanno vivendo in questo momento insieme ai fratelli africani, testimoniando con la loro vita l’amore di Gesù.
Provo ad immaginarti…
Ti immagino Gesù in una piccola capanna del Sudan, in Africa. Sei ospite di una umile costruzione di legno e paglia, che sta in piedi quasi per miracolo..e comunque un po’ storta. Alcune semplici panche di legno, qualche fiore raccolto nel campo, qualche frase o immagine alle pareti. Niente a che vedere con le nostre immense chiese, spesso piene di opere d’arte, ornate da decine e decine di fiori e piante. Eppure Tu sei li, in quello sperduto villaggio africano. E ti accontenti! Intorno a Te, in preghiera, c’è un universo variopinto di persone: molti giovani, tanti bambini che girano nudi qua e la, qualche anziano che si aggrappa al bastone. Quasi tutti sono a piedi scalzi, con vestiti sporchi e consumate. A Te non interessa l’odore forte e intenso di questa Tua chiesa. A Te interessa la fede semplice, viva e giovane di questa gente, che, nonostante tutto, spera in Te e in un futuro migliore.
Il personaggio: Leymah Gbowee
C’è un momento, nel cuore della notte più buia, in cui la speranza sembra un insulto alla realtà. In Liberia, quell’oscurità durava da quattordici anni. Non c’erano più parole, solo il rumore dei proiettili e il pianto delle madri.
In quel silenzio fatto di paura, una donna di nome Leymah fece un sogno. Non sognò armi più potenti, ma una preghiera comune. “Raduna le donne”, diceva quella voce interiore. “Radunale per la pace”.
Leymah non cercò soldati, ma sorelle. Andò nei mercati, nelle chiese e nelle moschee. Guardò negli occhi donne che la guerra voleva nemiche – le cristiane e le musulmane – e disse loro: “Il dolore di una madre che perde un figlio non ha religione”. E per la prima volta, sotto un sole cocente, migliaia di donne si sedettero insieme.
Non avevano fucili, avevano solo vestiti bianchi, semplici come la verità. Erano diventate un oceano di luce in una terra bruciata. Quando i potenti e i signori della guerra, chiusi nei loro palazzi, cercavano di ignorarle, loro rispondevano con il silenzio e la presenza.
Ad Accra, quando i negoziati sembravano fallire ancora una volta, Leymah e le sue compagne si presero per mano. Formarono un cerchio intorno ai palazzi del potere, un cerchio che nessuna guardia riuscì a spezzare. Non era la forza dei muscoli, ma la forza della disperazione trasformata in dignità. Leymah disse: “Siamo noi che diamo la vita, siamo noi che abbiamo il diritto di fermare chi la toglie”.
Quella catena umana non era fatta solo di braccia, ma di una promessa: non ci muoveremo finché la pace non sarà firmata. E la pace arrivò. Non perché i cannoni fossero finiti, ma perché il coraggio di chi restava in piedi, vestito di bianco, era diventato più forte della paura di chi sparava.
Piccole storie per l’anima
Gababo Guyò era un giovane borana del deserto, dove il nome di Gesù risuonava per la prima volta. Fin dall’inizio lo Spirito lo calamitò e si aggirava attorno all’incipiente missione tutto il tempo di cui poteva disporre. Un giorno mi si fermò davanti. Aveva un sorriso bello e onesto. Mi chiese senza preamboli che gli parlassi di questa nuova religione che lo affascinava tanto. Non si poteva parlare ancora di catecumenato, perché tutto cominciava appena; ma quasi tutte le sere chiacchieravamo e leggevamo qualche pagina iniziale del Libro. Poi il primo catecumenato poté partire con un nutrito gruppo di amici. Si teneva una vera lezione quotidiana e consisteva sempre in una pagina dell’Antico e poi del Nuovo Testamento.
Un giorno Gababo mi confidò: “Il Libro è bellissimo e tutto il giorno io aspetto con gioia il momento dell’incontro. Ogni giorno mi viene da pensare: oggi il padre ha letto la pagina più bella del Libro. Ma il giorno dopo ne leggi una ancora più bella! La Parola di Dio è come il latte che scende piacevolmente nello stomaco”. Ha parlato come i nomadi il cui unico pasto quotidiano è il latte. Noi avremmo detto: è come l’acqua fresca di sorgente, quando siamo esausti.
La testimonianza: i martiri ugandesi
In un tempo di oscurità e di soprusi, in una terra bagnata dalle acque del Lago Vittoria, un gruppo di giovani si trovò di fronte a una scelta radicale. Il re Mwanga chiedeva loro non solo fedeltà, ma complicità nel male e nella sottomissione dei corpi e delle anime.
Carlo Lwanga, il loro fratello maggiore, non rispose con la spada. Non cercò la vendetta. Egli scelse la via della mitezza cristiana, che non è debolezza, ma la forza di dire “no” all’ingiustizia per dire “sì” alla dignità umana.
Sulla collina di Namugongo, quel 3 giugno 1886, non morirono solo dei cattolici. Accanto a loro c’erano i fratelli anglicani. In vita erano divisi da dottrine e nomi diversi, portati dai missionari da terre lontane. Ma nel momento del sacrificio estremo, scoprirono di essere una cosa sola.
Il fumo delle cataste di legna non distingueva tra le diverse confessioni. Dio li guardava come un unico popolo di figli. È quello che oggi chiamiamo “l’ecumenismo del sangue”: la pace non si costruisce con i trattati, ma riconoscendo nel volto dell’altro un fratello che soffre per lo stesso amore.
Mentre le fiamme avvolgevano il giovane Kizito e i suoi compagni, i testimoni non udirono urla di odio, ma canti di lode. La violenza del tiranno voleva distruggere, ma la preghiera dei martiri ha trasformato il rogo in un altare.
La pace nasce da qui: dalla capacità di perdonare mentre si subisce il male. Carlo Lwanga, morendo, non maledisse il boia, ma gli parlò con la pace di chi sa di essere già nelle mani di Dio. I martiri ci insegnano che l’ultima parola non spetta mai alla morte o alla guerra, ma alla Vita che si dona.
Video: Etiopia, esempio di fraternità
Preghiera dal mondo
Se tu credi che un sorriso è più forte di un’arma,
Se tu credi alla forza di una mano tesa,
Se tu credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide,
Se tu credi che essere diversi è una ricchezza e non un pericolo,
Se tu sai scegliere tra la speranza o il timore,
Se tu pensi che sei tu che devi fare il primo passo piuttosto che l’altro, allora…
La pace verrà.
Se lo sguardo di un bambino disarma ancora il tuo cuore,
Se tu sai gioire della gioia del tuo vicino,
Se l’ingiustizia che colpisce gli altri ti rivolta come quella che subisci tu,
Se per te lo straniero che incontri è un fratello,
Se tu sai donare gratuitamente un po’ del tuo tempo per amore,
Se tu sai accettare che un altro, ti renda un servizio,
Se tu dividi il tuo pane e sai aggiungere ad esso un pezzo del tuo cuore, allora…
La pace verrà.
Se tu credi che il perdono ha più valore della vendetta,
Se tu sai cantare la gioia degli altri e dividere la loro allegria,
Se tu sai accogliere il misero che ti fa perdere tempo e guardarlo con dolcezza,
Se tu sai accogliere e accettare un fare diverso dal tuo,
Se tu credi che la pace è possibile, allora…
La pace verrà.
(Charles de Foucauld )
4ª ORA (OCEANIA)
Introduzione
L’Oceania, il più piccolo e giovane continente del mondo, formato, non solo dalla grande Australia, ma anche da migliaia di isole disseminate in mezzo all’Oceano pacifico. Culture antichissime, con riti e abitudini quasi primitive, sono state sconvolte dall’arrivo degli occidentali. Molti ancora non conoscono neanche la parola Gesù e il lavoro dei missionari è reso ancora più difficile dalle condizioni ambientali e geografiche.
Piccole storie per l’anima
Un missionario in Papua Nuova Guinea si accorse che uno dei suoi nuovi cristiani, un fiero capo della tribù kanaka, alla fine di ogni Messa andava davanti al tabernacolo e vi rimaneva a lungo, dritto come una palma, a torso nudo. Era un uomo molto semplice, che non aveva ancora neppure imparato a leggere la Bibbia.
Un giorno il missionario non resistette alla curiosità e gli chiese che cosa facesse, così fermo e silenzioso davanti al tabernacolo.
Ridendo, il kanako rispose: “Tengo la mia anima al sole!”.
***
Il maestro raduna i suoi discepoli e domanda loro: “Da dove prende avvio la preghiera?”.
Il primo risponde: “Dal bisogno”.
Il secondo risponde: “Dall’esultanza. Quando esulta l’animo sfugge all’angusto guscio delle mie paure e preoccupazioni e si leva in alto verso Dio”.
Il terzo “Dal silenzio. Quando tutto in me si è fatto silenzio, allora Dio può parlare”.
Il maestro risponde: “Avete risposto tutti esattamente. Tuttavia, v’è ancora un momento da cui prende avvio e che precede quelli da voi indicati. La preghiera inizia in Dio stesso. E’ Lui ad iniziarla, non noi”.
Il personaggio: SAN PIETRO CHANEL
Nasce in Francia nel 1803 e fin da piccolo dimostra una spiccata propensione al sacerdozio e in particolare alla vita missionaria. Fu ordinato sacerdote, ma il suo sogno di partire per una terra lontana non si potè realizzare subito. Negli anni passati in Francia come parroco però si preparò alla missione, imparando la laboriosità e la frugalità: saper far tutto e saper fare a meno di tutto, erano questi i requisiti principali per un missionario. Finalmente nel 1837 i suoi superiori decidono di inviarlo in missione, in Oceania e più precisamente a Futuna, un’isola sperduta non lontana dalle isole Figi. Qui inizia la sua predicazione e la sua testimonianza in mezzo a chi non aveva mai sentito parlare di Gesù: molti gli sono ostili, ma riesce col tempo comunque ad instaurare un buon rapporto con i giovani. Gli anziani invece, più tradizionalisti, non lo vedono di buon occhio. Anche il figlio del capo tribù si dichiara favorevole al missionario. Per suo padre e per gli anziani dell’isolo tutto ciò è troppo e decidono quindi di uccidere Pietro. La sua morte però sortisce l’effetto opposto: moltissimi abitanti dell’isola si convertirono al cattolicesimo. San Pietro Chanel è il primo martire e il primo santo dell’Oceania.
La testimonianza: la fratellanza melanesiana
Iniziamo il nostro viaggio verso l’Oceania, dove il blu profondo del Pacifico lambisce le coste delle Isole Salomone. Qui, tra foreste fitte e spiagge bianche, la pace non è arrivata con i trattati firmati nei palazzi, ma ha camminato su gambe giovani, vestite di bianco, armate solo di un bastone di legno e di un cuore ricolmo di Vangelo.
C’era un tempo, non lontano da noi, in cui l’odio tra fratelli aveva trasformato il paradiso in un inferno di trincee. Da una parte e dall’altra, giovani uomini imbracciavano fucili, difendendo confini invisibili tracciati dal rancore etnico. In mezzo a loro, nel silenzio della paura, apparvero i “Brothers”: la Fratellanza Melanesiana.
Non avevano giubbotti antiproiettile, ma una tunica bianca, segno di purezza e di una scelta di vita semplice. Non avevano scorte armate, ma si muovevano a piedi nudi, sentendo il dolore della terra che calpestavano. Si accampavano tra le linee di fuoco, lì dove nessuno osava stare. Erano scudi umani fatti di carne e preghiera. Dicevano ai guerriglieri: “Se volete sparare, dovete colpire noi, perché noi siamo il legame che vi unisce.”
La pace chiede spesso un prezzo altissimo. Chiede di uscire dalle proprie sicurezze per andare incontro a chi ci considera nemici.
Sette di loro — Nathaniel, Robin, Francis, Tony, Lawrence, Edmund e Richard — partirono per l’ultima missione. Sapevano di andare verso il pericolo, verso un rifugio di uomini induriti dalla violenza. Non cercavano la gloria, cercavano solo di riportare a casa degli ostaggi e di sussurrare una parola di tregua.
Furono presi, torturati e uccisi. Il mondo pensò che la loro missione fosse fallita nel sangue. Ma nel Regno della Pace, il sangue dei giusti è un seme che non muore. Quando la notizia del loro sacrificio raggiunse i villaggi, accadde il miracolo: le madri dei soldati piansero insieme, i guerrieri abbassarono le armi vergognandosi della loro ferocia. Quell’isola, stanca di odio, trovò nel dolore del lutto la forza di dirsi “basta”.
La riflessione (dalla enciclica Laudato sii di Papa Francesco)
“Quando parliamo di ‘ambiente’ ci riferiamo anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati. […] Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale.
La pace interiore delle persone è molto legata alla cura dell’ecologia e al bene comune, perché, autenticamente vissuta, si riflette in uno stile di vita equilibrato unito a una capacità di ammirazione che conduce alla profondità della vita. […]
La cura della natura è parte di uno stile di vita che implica capacità di vivere insieme e di comunione. Gesù ci ha ricordato che abbiamo Dio come nostro Padre comune e che questo ci rende fratelli. L’amore fraterno può solo essere gratuito, non può mai essere un compenso per ciò che un altro realizza, né un anticipo per quanto speriamo che faccia. Questo stesso amore ci porta ad amare il sole, la luna o i piccoli animali, per quanto possano sfuggire al controllo umano. […]
In questo senso, l’ecologia integrale si estende anche alla vita quotidiana. Presta attenzione alla relazione tra la dignità umana e il rispetto dell’ambiente. Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana: ‘Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali’.”
Video: Laudato sii
Preghiera dal mondo
Possa il fuoco ravvivare i nostri pensieri
rendendoli sinceri, buoni e giusti
e impedendo che siano altrimenti.
Possa il fuoco ravvivare i nostri occhi
aprendoli a tutto ciò che è buono nella vita.
Ci protegga il fuoco
da ciò che non è nostro di diritto.
Possa essere sempre il fuoco
sulle nostre labbra aiutandoci a dire la verità
con gentilezza al servizio e in aiuto agli altri.
Possa il fuoco ravvivare il nostro orecchio
affinchè noi si possa udire e profondamente ascoltare
affinché noi si possa udire
il fluire dell’acqua di tutto il creato
e del Sogno al riparo dal pettegolezzo
e dalle malelingue
che recano danno alla nostra famiglia e la sconvolgono.
Sia il fuoco nel nostro braccio
e nella nostra mano
perché sappiano servire e costruire amore.
E sia il fuoco in tutto il nostro essere
nelle nostre gambe e nei piedi
affinché noi possiamo camminare sulla terra
con riverenza ed affetto
percorrendo sentieri di bontà e saggezza
senza mai allontanarsi da ciò che è verità.
( Preghiera degli aborigeni australiani)
5ª ORA (AMERICA)
Introduzione
In questa nostra ora di adorazione vogliamo porre l’attenzione sull’America, il continente dei grandi contrasti: da una parte enorme ricchezza, dall’altra grande povertà; da una parte tecnologia avanzata, dall’altra popoli ancora primitivi. La saggezza millenaria dei popoli nativi, si accompagna al fervore dei sacerdoti e dei religiosi che hanno combattuto perché si realizzasse la giustizia umana, in alcuni casi anche a costo della propria vita. Da una parte la fede stanca e svogliata del Nord America, dall’altra la fede ribelle e vivace dell’America Latina.
Provo ad immaginarti…
Ti immagino Gesù in una chiesa nel cuore di New York. È una costruzione piuttosto grande, proprio in una delle vie più trafficate e frequentate della Grande Mela, ma in pochi la degnano di uno sguardo. Ci passano davanti, indaffarati e di fretta, senza notarla. La chiesa è vuota, se si esclude un senzatetto che in fondo sta rimettendo a posto il suo giaciglio. In tanti fuori, sulla strada. Nessuno all’interno. Eppure Tu sei lì dentro e aspetti. Paziente, attendi che qualcuno entri. Ed eccolo un uomo, dal volto arrabbiato e teso, entrare e rimanere in fondo, in piedi. Tu sai che la sua vita sta andando a rotoli: non ha più un lavoro, sta perdendo la sua famiglia. Finalmente al riparo da sguardi indiscreti, si mette a piangere, sfinito. Sei solo Tu, Signore, a raccogliere le sue lacrime e a cercare di asciugarle. È valsa la pena per Te attendere che qualcuno entrasse. Tu sei qui, Signore, per ognuno di noi. Anche se rimanesse sulla terra un solo uomo, Tu saresti lì per lui.
Piccole storie per l’anima
Un anziano Cherokee parlava al nipote della vita: ”Dentro di me c’è una lotta”, disse al ragazzo. “C’è un terribile combattimento tra due lupi. Uno è cattivo, è rabbia, invidia, dolore, rimorso, avidità, arroganza, autocompatimento, colpa, risentimento, inferiorità, bugie, falso orgoglio, superiorità ed ego”.
Poi continuò: ”L’altro è buono, è gioia, pace, amore, speranza, serenità, umiltà, gentilezza, benevolenza, empatia, generosità, verità, compassione e fede. Lo stesso conflitto c’è anche dentro di te e dentro ognuno di noi”.
Il nipote riflettè un minuto su queste parole, poi domandò al nonno: ”Quale lupo vincerà?”. L’anziano Cherokee disse semplicemente: ”Quello che nutri!”
(Pensiero degli Americani Nativi)
Video: Progetto happiness, favela brasiliana
La testimonianza: la comunità di San Josè de Apartadò
Nel cuore della Colombia, dove la foresta si fa fitta e il rumore dei fucili ha cercato per decenni di coprire il canto degli uccelli, esiste un luogo che sfida la logica del mondo. Si chiama San José de Apartadó. In questa terra benedetta e martoriata, il 23 marzo 1997, un gruppo di contadini ha fatto una scelta folle agli occhi degli uomini: dire “No”. No alle armi, no alla vendetta, no alla complicità con la morte.
«Siamo una Comunità di Pace», dissero. In una terra dove se non stai con i soldati sei un guerrigliero, e se non stai con la guerriglia sei un paramilitare, loro scelsero la via stretta della neutralità. Misero dei cartelli all’ingresso dei loro villaggi: “Qui non entrano armi. Qui non si collabora con la guerra. Qui l’unica legge è il rispetto per la vita”. La loro non era una fuga dalla realtà, ma una resistenza piantata nel fango e nella preghiera.
Scegliere la pace ha un prezzo altissimo. La terra di San José è stata bagnata dal sangue di oltre trecento fratelli e sorelle. Ricordiamo i piccoli, come i bambini falciati nel massacro del 2005, e i leader che guidavano la comunità con la sola forza della parola. Eppure, dopo ogni funerale, la comunità si è rialzata. Non hanno imbracciato il fucile del vicino per vendicarsi. Hanno ripreso in mano la zappa per coltivare il cacao e la speranza.
Oggi San José de Apartadó è un faro per il mondo intero. Ci insegnano che la pace non è l’assenza di conflitto, ma il coraggio di restare disarmati in mezzo al conflitto. Ci insegnano che la terra appartiene a chi la ama, non a chi la domina. La loro resistenza è fatta di passi silenziosi, di mani che si intrecciano e di una fede incrollabile nel fatto che il male non ha l’ultima parola.
Preghiera dal mondo
Oh Grande Spirito, la cui voce ascolto nel vento, il cui respiro dà vita a tutte le cose.
Ascoltami; io ho bisogno della tua forza e della tua saggezza, lasciami camminare nella bellezza, e fa che i miei occhi sempre guardino il rosso e purpureo tramonto.
Fa’ che le mie mani rispettino la natura in ogni sua forma e che le mie orecchie rapidamente ascoltino la tua voce.
Fa’ che sia saggio e che possa capire le cose che hai pensato per il mio popolo.
Aiutami a rimanere calmo e forte di fronte a tutti quelli che verranno contro di me.
Lasciami imparare le lezioni che hai nascosto in ogni foglia ed in ogni roccia.
Aiutami a trovare azioni e pensieri puri per poter aiutare gli altri.
Aiutami a trovare la compassione senza la opprimente contemplazione di me stesso.
Io cerco la forza, non per essere più grande del mio fratello,
ma per combattere il mio più grande nemico: Me stesso. Fammi sempre essere pronto a venire da te con mani pulite e sguardo alto.
Così quando la vita appassisce, come appassisce il tramonto, il mio spirito possa venire a te senza vergogna.
(Tatanka Iyothanka -Toro Seduto)
6ª ORA (ASIA)
Introduzione
L’Asia è il continente più grande e popolato del mondo, dove stanno emergendo grandi nazioni, forti anche economicamente. È il continente dove sono nate le tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, islam e ebraismo), ma anche molte altre espressioni religiose: induismo, buddismo, confucianesimo. Da ciascuna di esse possiamo imparare qualcosa. Dalla proverbiale saggezza orientale possiamo ricevere un bell’insegnamento per la nostra vita: la grandezza e la bellezza di Dio verso cui tutti dobbiamo tendere per assimilarne la forza.
Provo ad immaginarti…
Ti immagino Gesù in Cina, in una stanza di un grattacielo trasformata in una specie di chiesa. Da fuori nessuno deve minimamente pensare che quell’appartamento sia una chiesa, una chiesa clandestina. Da fuori nessuno deve intuire che Tu sei lì, vivo e presente, nel mezzo di una città che deve rimanere senza Dio. Gli uomini e le donne che stanno davanti a Te in preghiera hanno rischiato molto per essere qui: se il governo li scopre, potrebbero finire in prigione, per anni, come è accaduto ad altri loro fratelli. In quanti sarebbero disposti a rischiare la loro vita come loro per stare alcuni minuti davanti a Te? Che grande esempio di fede, per tutti…
Piccole storie per l’anima
“Il professore giunse a casa del maestro zen e gli si presentò sfoggiando tutti i certificati che aveva conseguito in anni ed anni di studio. Dopodiché, il professore spiegò il motivo della sua visita, ovvero il conoscere i segreti della saggezza zen. Invece di dargli delucidazioni, il maestro lo invitò a sedersi e gli offrì una tazza di tè. Nonostante la tazza iniziasse a riempirsi, il saggio, apparentemente distratto, continuava a versare il tè, quindi il liquido iniziò a fuoriuscire e a scorrere per tutto il tavolo. Il professore non riuscì ad evitare di avvertirlo e dirgli: “La tazza è piena, non si può aggiungere altro tè”. Il maestro appoggiò la teiera e disse: “Voi siete come questa tazza: siete arrivato colmo di opinioni e pregiudizi. A meno che la vostra tazza non sia vuota, non potrete imparare nulla”.
Video: progetto happiness: bambini bangladesh
La testimonianza. Iqbal: Il piccolo tessitore di libertà
La storia di Iqbal inizia a Muridke, un villaggio nel cuore del Pakistan, dove il destino dei bambini poveri è spesso scritto prima ancora che imparino a leggere. Nel 1983, la sua famiglia, stremata dai debiti, compie un gesto disperato: vende Iqbal a un proprietario di una fabbrica di tappeti in cambio di 600 rupie, circa 12 dollari. Quei soldi servono a pagare il matrimonio di un fratello maggiore, ma per Iqbal segnano l’inizio di una prigionia durata sei anni.
Per dodici ore al giorno, Iqbal resta seduto su uno sgabello di legno, le gambe rannicchiate e le dita che si muovono velocissime tra i fili di lana. Le stanze sono sature di polvere di tessuto, l’aria è pesante e la luce è scarsa. Se sbaglia un nodo o se si addormenta per la stanchezza, arrivano le punizioni. Iqbal cresce poco fisicamente – la malnutrizione e la postura forzata deformano il suo corpo – ma dentro di lui cresce una ribellione silenziosa e d’acciaio.
Nel 1992, Iqbal sente parlare di una nuova legge che proibisce il lavoro forzato. Senza dire nulla a nessuno, scappa dalla fabbrica e si infiltra in una riunione del BLLF (Bonded Labour Liberation Front), un movimento guidato dall’attivista Ehsan Ullah Khan.
È in quel momento che il bambino smette di essere una vittima e diventa un simbolo. Iqbal non si limita a chiedere la sua libertà: ottiene un certificato legale che annulla il debito della sua famiglia e decide di dedicare la sua vita a liberare gli altri bambini. Torna nelle fabbriche, non più per tessere, ma per parlare ai suoi ex compagni di prigionia, spiegando loro che hanno dei diritti e che le catene possono essere spezzate.
In breve tempo, la sua figura gracile ma la sua voce potente superano i confini del Pakistan. Iqbal viaggia in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1994, riceve il premio “Reebok Human Rights Award” a Boston. Nonostante sia alto poco più di un metro e venti, quando sale sul podio sembra un gigante. Parla con una dignità che mette a disagio i potenti e i consumatori occidentali, denunciando come dietro la bellezza dei tappeti orientali si nasconda spesso il sangue e il sudore dei bambini.
Con i soldi dei premi, Iqbal non compra giocattoli per sé: vuole costruire una scuola. Il suo sogno è semplice e rivoluzionario: sostituire il telaio con il banco di scuola, convinto che solo l’istruzione possa spezzare definitivamente il ciclo della schiavitù.
Il successo di Iqbal, però, dà fastidio a chi guadagna milioni di dollari grazie allo sfruttamento dei minori. La cosiddetta “mafia dei tappeti” inizia a vederlo come un pericolo economico. Iqbal riceve minacce, ma non si ferma. Torna in Pakistan per festeggiare la Pasqua con la sua famiglia, sognando di diventare avvocato per difendere legalmente i bambini lavoratori.
Il 16 aprile 1995, mentre corre in bicicletta con i suoi cugini nel suo villaggio, Iqbal viene raggiunto da colpi di fucile. Muore sul colpo, a soli 12 anni. Le circostanze dell’omicidio rimangono avvolte nel mistero, con indagini ufficiali frettolose che tentano di archiviare il caso come una lite privata, ma il mondo intero capisce che Iqbal è stato ucciso per il suo messaggio.
Iqbal Masih non ha avuto il tempo di diventare grande, ma ha lasciato un’impronta indelebile. La sua morte ha scatenato proteste globali che hanno portato a boicottaggi internazionali e a leggi più severe contro il lavoro minorile. La sua storia ci ricorda che la libertà non è mai un regalo, ma una conquista che a volte richiede il sacrificio più estremo.
Preghiera:
“Signore, io non aspetterò. Vivo il momento presente colmandolo di amore.
Non è un’ispirazione improvvisa, è una convinzione che ho coltivato tutta la vita. Se passo tutto il mio tempo ad aspettare, forse le cose che aspetto non arriveranno mai.
L’unica cosa che sicuramente arriverà è la morte.
Signore, non voglio passare la vita ad aspettare. Ho deciso di vivere ogni minuto che mi dai, amandoti in ogni momento, perché il momento presente è l’unico che ho in mano.
Ho imparato a distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che sto facendo — visite pastorali, lettere, fatiche — sono ‘opere di Dio’, ma non sono Dio. Se Dio vuole che io abbandoni tutte queste opere, lo faccio subito per avere Lui solo.”
François-Xavier Nguyễn Văn Thuận, cardinale vietnamita, che trascorse 13 anni nelle carceri comuniste
7ª ORA (ITALIA)
Introduzione:
In questa ultima ora di adorazione vogliamo portare l’attenzione sul nostro paese, l’Italia. In questa ora di adorazione notturna ci fermeremo e cercheremo di creare uno spazio di silenzio dentro le nostre vite, spesso piene di rumore, parole e preoccupazioni.
In questa ora portiamo con noi una realtà concreta: il nostro Paese, l’Italia. Non come un’idea lontana, ma come la terra in cui viviamo ogni giorno, fatta di città, famiglie, luoghi di lavoro, relazioni.
Anche qui, accanto a tanta bellezza, esistono divisioni, tensioni, solitudini, fatiche nel dialogo. A volte la pace sembra fragile, messa alla prova da incomprensioni, indifferenza o mancanza di ascolto.
E allora questo tempo diventa un’occasione per fermarci e guardare con più verità: non solo ciò che non funziona intorno a noi, ma anche ciò che si muove dentro di noi.
Perché la pace in Italia non è qualcosa che riguarda solo le istituzioni o le grandi scelte, ma passa anche attraverso le nostre parole, i nostri atteggiamenti, il modo in cui viviamo ogni giorno le relazioni.
Questa notte siamo qui per prendere sul serio questa responsabilità, iniziando da noi stessi.
Guida:
Signore Gesù, questa sera veniamo davanti a Te così come siamo: con sogni, paure, ferite e desideri.
Tu conosci il cuore dei giovani di questa terra, conosci le inquietudini della nostra Italia, le tensioni, le divisioni, le solitudini nascoste.
Restiamo qui con Te, perché solo Tu puoi insegnarci la pace vera.
La Parola di Dio
Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 23-31)
Gesù gli rispose:
“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi.
Ma il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace.
Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”.
Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me.
Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e come il Padre mi ha comandato, così io agisco.”
Riflessione:
1. “Prenderemo dimora presso di lui”
“Se uno mi ama… noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.”
Dio non vuole restare lontano. Non è un’idea, non è solo qualcosa in cui credere. Vuole abitare in te.
Dentro di te, proprio lì: nelle tue paure, nei tuoi dubbi, nelle tue domande.
Forse ti senti confuso…forse non ti senti all’altezza…forse dentro di te non c’è pace.
Eppure Gesù non dice: “verrò quando sarai perfetto” ma: “verrò… e resterò”.
2. “Lo Spirito vi insegnerà ogni cosa”
“Lo Spirito Santo… vi insegnerà ogni cosa.”
Non sei solo nel capire la tua vita. Non sei solo nelle scelte difficili. Non sei solo quando non sai cosa fare.
Quante volte cerchiamo risposte ovunque: nei social, negli altri, nelle aspettative…
Ma Dio ha già messo dentro di te una voce: una voce che guida, che illumina, che suggerisce il bene. È una voce delicata. Non urla. Ma se ti fermi… la senti.
3. “Vi lascio la pace”
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace.”
Non una pace qualsiasi. Non una pace fragile, che dipende da come va la giornata.
La pace di Gesù resta anche quando le cose non vanno come vuoi, ti senti solo o hai dentro confusione
Il mondo dice: “sarai in pace quando tutto sarà a posto”, Gesù dice: “puoi essere in pace anche adesso”
4. “Non sia turbato il vostro cuore”
“Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.”
Gesù conosce il tuo cuore. Sa che a volte è agitato, ferito, stanco.
Sa delle tue ansie: per il futuro, per le relazioni, per quello che pensano gli altri.
E non ti rimprovera. Ti parla con dolcezza:
5. “Il male non ha l’ultima parola”
“Viene il principe del mondo… ma contro di me non può nulla.”
Il male esiste. Lo vediamo anche intorno a noi: nelle ingiustizie, nella violenza, nelle divisioni.
Anche in Italia, anche tra i giovani: bullismo, solitudine, rabbia, esclusione.
Ma Gesù è chiaro: il male non vince.
La pace è più forte. L’amore è più forte. Dio è più forte.
Conclusione
Gesù, Tu sei qui davanti a me. Tu conosci il mio cuore.
Entra nella mia vita. Porta pace dove c’è agitazione. Porta luce dove c’è confusione.
Insegnami ad essere un giovane che non porta caos…ma pace.
Il personaggio:
“La pace è possibile” – La storia di Giorgio La Pira
C’è stato un tempo in Italia in cui tutto sembrava spezzato. Le città portavano ancora le ferite della guerra,
le persone erano divise, la paura e la povertà segnavano la vita quotidiana.
In quel tempo difficile, un uomo scelse di credere nella pace. Si chiamava Giorgio La Pira.
Un sindaco diverso
Era sindaco di Firenze, ma non viveva come un potente. Viveva con semplicità, pregava molto, ascoltava tutti. Per lui la politica non era potere, ma servizio. Diceva che la città è una famiglia, e che nessuno deve sentirsi escluso. E già questo era rivoluzionario: costruire la pace partendo dagli ultimi.
La pace oltre i confini
Ma Giorgio La Pira non si fermò alla sua città. Guardava il mondo… e vedeva divisioni, guerre, nemici. Erano gli anni della Guerra Fredda: il mondo era spaccato in due, e il dialogo sembrava impossibile. Eppure lui fece qualcosa di impensabile: invitò a Firenze persone di Paesi nemici tra loro. Persone che non si parlavano… le fece sedere allo stesso tavolo. Non con strategie complicate, ma con una convinzione semplice: “Se gli uomini si incontrano, la pace può nascere.”
Il coraggio del dialogo
Andò anche lui nei luoghi più difficili: viaggiò, parlò, cercò ponti dove tutti vedevano muri. Molti lo criticavano. Dicevano che era un sognatore, che la pace non si costruisce così. Ma lui non si fermava. Perché sapeva una cosa: la pace non nasce dall’odio, nasce dall’incontro.
Una pace che nasce da Dio
La forza di Giorgio La Pira non veniva solo dalle idee. Veniva dalla preghiera. Passava ore davanti a Gesù. È lì che trovava la pace… ed è lì che imparava a costruirla. Diceva: “La pace è un edificio da costruire ogni giorno.”
Per noi oggi
Anche oggi l’Italia ha bisogno di pace: nelle relazioni, nelle scuole, nelle famiglie, nelle strade. E forse pensiamo: “Io cosa posso fare? Sono solo.” Ma la vita di Giorgio La Pira ci dice il contrario: basta una persona che sceglie di non odiare, che sceglie di ascoltare, che sceglie di costruire ponti. La pace inizia così. Da uno. Da te.
La canzone: Non mi avete fatto niente (Fabrizio Moro e Ermal Meta)
Al Cairo non lo sanno che ore sono adesso E il sole sulla Rambla oggi non è lo stesso
In Francia c’è un concerto la gente si diverte Qualcuno canta forte Qualcuno grida morte
A Londra piove sempre ma oggi non fa male il cielo non fa sconti neanche a un funerale
A Nizza il mare è rosso di fuochi e di vergogna di gente sull’asfalto e sangue nella fogna
E questo corpo enorme che noi chiamiamo Terra Ferito nei suoi organi dall’Asia all’Inghilterra galassie di persone disperse nello spazio ma quello più importante è lo spazio di un abbraccio di madri senza figli, di figli senza padri di volti illuminati come muri senza quadri minuti di silenzio spezzati da una voce
Non mi avete fatto niente Non mi avete fatto niente Non mi avete tolto niente
Questa è la mia vita che va avanti oltre tutto, oltre la gente
Non mi avete fatto niente Non avete avuto niente
Perché tutto va oltre Le vostre inutili guerre C’è chi si fa la croce e chi prega sui tappeti le chiese e le moschee L’Imam e tutti i preti ingressi separati della stessa casa miliardi di persone che sperano in qualcosa
Braccia senza mani facce senza nomi scambiamoci la pelle in fondo siamo umani perché la nostra vita non è un punto di vista e non esiste bomba pacifista
Non mi avete fatto niente Non mi avete tolto niente Questa è la mia vita che va avanti Oltre tutto, oltre la gente Non mi avete fatto niente Non avete avuto niente Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre Le vostre inutili guerre
Cadranno i grattacieli e le metropolitane i muri di contrasto alzati per il pane ma contro ogni terrore che ostacola il cammino il mondo si rialza Col sorriso di un bambino Col sorriso di un bambino Col sorriso di un bambino
Non mi avete fatto niente Non avete avuto niente Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre Non mi avete fatto niente Le vostre inutili guerre Non mi avete tolto niente Le vostre inutili guerre Non mi avete fatto niente Le vostre inutili guerre Non avete avuto niente Le vostre inutili guerre Sono consapevole che tutto più non torna La felicità volava Come vola via una bolla
Gesto
Preghiera:
Signore Gesù,
in questo silenzio notturno abbiamo portato davanti a Te il desiderio di pace, le ferite del nostro Paese, le paure e le speranze che abitano i nostri cuori.
Abbiamo capito che la pace non è qualcosa di lontano o impossibile, ma nasce qui, ora, dentro di noi, quando scegliamo l’amore invece dell’indifferenza, il perdono invece del giudizio, l’ascolto invece della chiusura.
Donaci occhi capaci di vedere l’altro come un fratello,
parole che costruiscono e non feriscono,
gesti concreti che seminano riconciliazione nella vita di ogni giorno.
Fa’ che uscendo da questo luogo non lasciamo qui la preghiera,
ma la portiamo nelle nostre case, nelle strade, nelle relazioni,
diventando piccoli segni della tua pace.
E mentre il mondo spesso divide,
rendici testimoni di unità.
Mentre cresce il rumore,
insegnaci il valore del silenzio che ascolta e accoglie.
Maria, Regina della pace, accompagnaci in questo cammino.
Amen.
Conclusione:
La pace spesso la immaginiamo come qualcosa di grande, lontano, legato alle decisioni dei potenti o agli equilibri del mondo. Eppure, in questo silenzio, emerge una verità più semplice e più esigente: la pace comincia sempre da dentro.
Nasce nel modo in cui guardiamo gli altri, nelle parole che scegliamo, nei giudizi che tratteniamo o lasciamo andare. Non è solo assenza di guerra, ma presenza concreta di relazioni sane, di rispetto, di ascolto.
Anche nel nostro Paese, la pace si costruisce o si ferisce ogni giorno: nei luoghi di lavoro, nelle famiglie, nelle scuole, nelle strade. Ogni volta che scegliamo l’indifferenza, qualcosa si spezza. Ogni volta che scegliamo di comprendere, qualcosa si ricuce.
Questa notte ci ricorda che non siamo spettatori della pace, ma partecipi. Non possiamo cambiare tutto, ma possiamo sempre cambiare qualcosa: il nostro modo di stare nel mondo.
La pace, allora, non è solo un sogno da chiedere, ma una responsabilità da vivere. E forse il primo passo è proprio questo: uscire da qui con la consapevolezza che, nel nostro piccolo, possiamo essere inizio di qualcosa di diverso.
Musica dal mondo:
1 PAI NOSSO DOS MARTIRES
Pai nosso, dos pobres marginalizados Pai nosso, dos mártires, dos torturados.
Teu nome é santificado naqueles que morrem defendendo a vida,
Teu nome é glorificado, quando a justiça é nossa medida
Teu reino é de liberdade, de fraternidade, paz e comunhão
Maldita toda a violência que devora a vida pela repressão.
Queremos fazer Tua vontade, és o verdadeiro Deus libertador,
Não vamos seguir as doutrinas corrompidas pelo poder opressor.
Pedimos-Te o pão da vida, o pão da segurança, o pão das multidões.
pão que traz humanidade, que constrói o homem em vez de canhões
Perdoa-nos quando por medo ficamos calados diante da morte,
Perdoa e destrói os reinos em que a corrupção é lei mais forte.
Protege-nos da crueldade, do esquadrão da morte, dos prevalecidos
Pai nosso, revolucionário, parceiro dos pobres, Deus dos oprimidos
Pai nosso, revolucionário, parceiro dos pobres, Deus dos oprimidos
Pai nosso, dos pobres marginalizados Pai nosso, dos mártires, dos torturados.
Padre Nostro dei Poveri
Padre nostro, dei poveri emarginati, Padre nostro, dei martiri, dei torturati.
Il Tuo nome è santificato in coloro che muoiono difendendo la vita, Il Tuo nome è glorificato, quando la giustizia è la nostra misura. Il Tuo regno è di libertà, di fraternità, pace e comunione, Maledetta ogni violenza che divora la vita attraverso la repressione.
Vogliamo fare la Tua volontà, Tu sei il vero Dio liberatore, Non seguiremo le dottrine corrotte dal potere oppressore. Ti chiediamo il pane della vita, il pane della sicurezza, il pane delle moltitudini, Pane che porta umanità, che costruisce l’uomo invece dei cannoni.
Perdonaci quando per paura restiamo calati davanti alla morte, Perdona e distruggi i regni in cui la corruzione è la legge più forte. Proteggici dalla crudeltà, dagli squadroni della morte, dai prepotenti, Padre nostro, rivoluzionario, compagno dei poveri, Dio degli oppressi. Padre nostro, rivoluzionario, compagno dei poveri, Dio degli oppressi.
Padre nostro, dei poveri emarginati, Padre nostro, dei martiri, dei torturati.
2 PADRE NOSTRO in lingua swahili
Baba yetu uliye (Padre Nostro)
mbinguni yetu, yetu (In cielo, nostro, nostro)
Amina! baba yetu, yetu, uliye (Amen! Padre Nostro)
Jina lako milele litukuzwe (Benedetto è il tuo nome, per sempre)
Utupe leo chakula chetu (Dacci oggi il pane)
Tunachohitaji (Di cui abbiamo bisogno)
Utusamehe makosa yetu, hey! (Perdona i nostri errori)
kama nasi tunavyowasamehe waliotukosea (Così come noi perdoniamo coloro che ci fanno soffrire)
Usitututie katika majaribu lakini (Non ci indurre in tentazione)
Utuokoe na yule milele na yule (Ma liberaci sempre dal male)
Ufalme wako ufike (Venga il tuo regno)
utakalo lifanyike duniani kama mbinguni (In terra come è nel cielo)
Amina! (Amen!)
3 ALMA MISIONERA
Señor, toma mi vida nueva antes de que la espera, desgaste años en mi.
Estoy dispuesta a lo que quieras no importa lo que sea, tu llamame a servir.
RIT
Llevame donde los hombres necesiten tus palabras, necesiten mis ganas de vivir, donde falte la esperanza, donde falte la alegria, simplemente por no saber de ti.
Te doy mi corazon sincero para gritar sin miedo Tu grandeza, Señor. Tendre mis manos sin cansancio, tu historia entre los labios y fuerza en la oracion.
Y asi en marcha ire cantando por calles predicando lo bello que es tu amor. Señor tengo alma misionera, conduceme a la tierra, que tenga sed de ti.
ANIMA MISSIONARIA
Signore, prendi la mia nuova vita prima che l’attesa consumi gli anni dentro di me.
Sono pronto per qualsiasi cosa tu voglia, non importa quale sia, chiamami a servire.
(RIT) Portami dove le persone hanno bisogno delle tue parole, dove hanno bisogno del mio desiderio di vivere, dove manca la speranza, dove manca la gioia, semplicemente perché non ti conoscono.
Ti dono il mio cuore sincero per proclamare la tua grandezza senza timore, Signore. Le mie mani non si stancheranno mai, la tua storia sarà sulle mie labbra e la mia preghiera sarà forte.
E così andrò avanti, cantando per le strade, predicando quanto è bello il tuo amore. Signore, ho un’anima missionaria; guidami nella terra che ha sete di te.
4 GLORIA DAL BASSO DELLA TERRA
Gloria dal basso della terra, gloria dal più infame degli stermini.
Gloria nella carestia, gloria nella guerra più atroce.
Gloria, gloria, gloria, solo tu hai la forza con la tua gloria di asciugare le lacrime,
di portare nella tua gloria nell’alto dei cieli
– i vinti della terra, – i vinti della terra, i vinti della terra
5 MAGNIFICAT COMBONIANO (La voce degli ultimi)
La voce degli ultimi magnifica il Signore sa esultare solo in Dio.
L’umiliata che lui ha guardato l’ha chiamata beata, lui l’ha scelta e fatta sua.
E grandi cose ha fatto in noi!!!
RIT.
Magnificat, magnificat!
Canteremo il suo nome al cielo di questa città!
Magnificat, magnificat!
Questa notte cantiamo il suo nome la sua fedeltà!
Magnificat, magnificat!
Saremo un popolo unito la sua eredità
Magnificat, magnificat!
Questa notte cantiamo il suo nome… MAGNIFICAT!
La sua misericordia si è stesa da sempre sopra quanti sono in Dio.
La potenza del suo braccio Il Signore l’ha spiegata per la nostra libertà.
E lui ci ha fatto liberi!
I superbi li ha umiliati nei loro stessi pensieri nelle loro ideologie.
I potenti e i loro troni il Signore ha rovesciato, ha innalzato gli umili.
Lui l’ha detto e lo farà!
Ha soccorso gli affamati, lui gli ha reso giustizia, lui gli ha dato dignità
i ricchi a mani vuote, lui li ha fatti tornare alla loro vanità.
Era promessa ora è realtà!
6 SERVIRE È REGNARE
Guardiamo a Te che sei Maestro e Signore:
chinato a terra stai, ci mostri che l’amore
è cingersi il grembiule, sapersi inginocchiare,
c’insegni che amare è servire.
RIT Fa’ che impariamo, Signore, da Te,
che il più grande è chi più sa servire,
chi si abbassa e chi si sa piegare
perché grande è soltanto l’amore.
E ti vediamo poi, Maestro e Signore,
che lavi i piedi a noi che siamo tue creature;
e cinto del grembiule, che è il manto tuo regale,
c’insegni che servire è regnare. RIT
FINALE:
…perché grande è soltanto l’amore.
7 UNIDOS
Vieni amico e canta insieme a noi
per la pace e per la libertà.
Mai più violenza né guerre per le vie,
il Regno è vicino ormai.
Quel sogno di giustizia cambierà
la paura di questa città
e l’oppressione è finita perché
c’è un Dio che lotta con noi.
RIT.
Unidos unidos podemos caminar.
Unidos unidos podemos triunfar.
Unidos unidos podemos avanzar.
Unidos unidos podemos amar.
La la la la la …
Senza cuore e senza dignità,
senza il pane che sfamerà.
Dio della gente che danzi per le vie
dacci coraggio perché…
8 ABBA OJCZE (Abba, Padre) (Inno GMG Czestochowa 1991)
Ty wyzwoliłeś nas, Panie,
Z kajdan i z samych siebie.
A Chrystus, stając się bratem,
Nauczył nas wołać do Ciebie:
Abba, Ojcze…
Liberaci, o Signore
dalle catene dell’orgoglio
e donaci il Tuo Spirito
che ci fa gridare ancora:
Abba, Ojcze…
Dio ha vinto la morte
e ci ha donato la vita
facendoci come suoi figli
per questo possiamo cantare:
Abba, Ojcze …
Avvisi della settimana
Gli appuntamenti della settimana. Le notizie e gli avvisi delle attività svolte in questa settimana.
